"Aiutare un Bambino ad aprirsi praticando l’Ascolto Attivo" di Claudia Alioto

"Aiutare un Bambino ad aprirsi praticando l’Ascolto Attivo" di Claudia Alioto

Come alcune favole possano essere un aiuto efficace per il bambino e il genitore.

Il genitore attento al benessere del proprio figlio ha spesso la necessità di comprenderne il vissuto, specialmente quando è assente dalla vita e dalle esperienze che il bambino vive quotidianamente perché deve recarsi al lavoro o altro. A volte un genitore può sentire anche di essersi perso qualcosa, qualcosa di importante, qualcosa di brutto, qualcosa di divertente o più semplicemente può non essersi sentito partecipe e complice di una parte della giornata del proprio figlio e questo può comunque provocare disagio, a volte solo “avvertito”, nell’adulto e poi anche nel bambino. Come essere quindi comunque partecipi del vissuto del bambino all’asilo, alla festa, a judo, al catechismo, a casa degli zii etc? Innanzitutto il bambino non va assolutamente forzato a parlare, anzi… in quel momento, nel momento in cui lo si riabbraccia, il piccolo si aspetta esclusivamente la nostra accoglienza. Questo non vieta assolutamente ai genitori - dopo aver dedicato del tempo al bambino - di chiedergli come è andata la sua giornata. I problemi però nascono quando l’adulto non conosce il giusto modo per fare le domande al proprio figlio e quindi rimane spiazzato dal sentirsi sempre assecondato dalle risposte dal piccolo, cosa chiaramente poco realistica. Questo dialogo infatti è a vuoto ed è privo di reali risposte e di contenuti concessi dal bambino all’adulto, perché il bambino, specie se piccolo, pensa sia giusto assecondare l’adulto. Le domande chiuse infatti contengono già la risposta al loro interno (Hai giocato a palla? Sei stato in giardino? Hai giocato con i compagni? Sei stato bene a casa degli zii?) e prevedono solo un si e un no, ma soprattutto non abituano il bambino allo “sforzo” (solo iniziale) di raccontare il proprio vissuto. Queste domande rappresentano un dialogo condizionante a risposta chiusa. Non è un vero scambio e il bambino può anche percepire un certo disinteresse nei confronti del suo mondo da parte dei genitori, proprio perché questi gli stanno suggerendo cosa dire e come rispondere. Si può comunque aiutare il bimbo a comprendere quanto sia importante comunicare in famiglia sin dalla tenera età, anche per questo e grazie alle discipline psico-pedagogiche il genitore è spinto alla comunicazione con il bambino già dalla fase prenatale e successivamente a mantenere una comunicazione attiva tra grande adulto e piccolo adulto. Tutto ciò era già stato scoperto da Maria Montessori agli inizi del 1900 – uno dei motivi per cui ad oggi è ritenuta, da molti studiosi, l’iniziatrice della psicopedagogia moderna. Le domande a risposte aperta invece lasciano molto spazio al bambino, danno sempre a lui la scelta di raccontare oppure no, e comunque propongono una scelta tra il si e il no, per esempio possiamo chiedere:

Ti sei divertito si o no?
Come hai passato il tempo?
Qual è stata la parte che ti è piaciuta di più della festa/asilo/casa dei cugini/nuoto etc?
E quella che ti è piaciuta meno?
Ti sei sentito protetto/al sicuro?
C’è altro che vuoi dirmi?
Qual è stata la persona che ti è piaciuta di più?
E quella che ti è piaciuta meno?

Questa modalità di porre domande può diventare un’abitudine sia per gli adulti che per i bambini, l’importante è non eccedere perché il piccolo può arrivare a stancarsi e a non volere più rispondere. Meglio proporle invece quando percepiamo che c’è qualcosa che andrebbe approfondito: infatti, le emozioni legate a ciò che il bimbo ha vissuto durante la giornata si percepiscono già al nostro primo “rivederci” poiché in genere sono stampate sul viso del bambino, se impariamo ad osservarlo, ricordando che il suo primo bisogno quando ci rivede è quello di comunicare con noi in maniera non verbale (attraverso l’espressione del volto e il suo linguaggio corporeo). La cosa più importante sarà poi la pratica dell’ascolto attivo, determinante in tutte le relazioni e in modo particolare in quelle con i bambini. L’ascolto attivo prevede che l’adulto, oltre ad una sincera volontà di aiutare se necessario, adotti un atteggiamento non interventista (non diamo soluzioni, né forziamo il dialogo nella nostra direzione), adotti il silenzio, il non giudizio (qualunque cosa dica il bambino), una posizione d’ascolto anche nel linguaggio non verbale (come ad esempio annuire, guardare il bambino mentre parla senza distrarsi guardando il cellulare o sbrigando delle faccende etc) e l’utilizzo delle frasi- invito che non mettono il bambino sotto pressione ma hanno l’effetto di invitare il bambino al racconto (alcune possono essere “mm…”, “ti capisco”, “ah si, è?”, “Veramente?”, “Raccontami”, “ti ascolto”, etc). E’ un momento di dedizione totale di tempo e di apertura dell’adulto nei confronti del piccolo, il quale a sua volta “desidera” essere compreso. E se tutto questo non funzionasse? Ci aiutano le favole! Anche le favole infatti, oltre a sistemare alcune situazioni nella comprensione di un possibile vissuto del bambino, possono aiutare tantissimo la reciproca comunicazione, l’importante è che la favola sia di tipo non-condizionante (il bimbo non deve sentirsi obbligato a parlarci), e che sia di “invito”: si può ad esempio invitare il piccolo a parlarci della sua giornata grazie ad una favola che potrebbe chiamarsi “ti racconto la mia giornata” che narra di come un altro bimbo vive la sua giornata e va poi a raccontarla entusiasta ai genitori, oppure potrebbe chiamarsi “la mamma ti ascolta” e mostrare come in queste favole l’apertura del bambino sia possibile palesando che può esserci accoglienza, scambio, dialogo, confidenza, e che egli possa “sentire” a chi rivolgersi o da chi andare in caso di necessità sapendo di essere al sicuro, accolto, accettato e protetto. Non sempre queste favole si trovano in libreria (anzi…), ma molte mamme le hanno nel cuore e nessun altro come loro sa qual’ è la favola giusta da scrivere al proprio cucciolo.

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